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perché narriamo l’altrә?
perché decidiamo di inserire nelle nostre storie personaggi di gruppi marginalizzati?

 

qualche settimana fa, durante un corso, ho avuto la fortuna di ascoltare Djarah Kan parlare di rappresentazione delle persone nere nelle narrazioni, e a un certo punto ci ha chiesto: “ma perché voi volete parlare di
creepycutecommiepack.noblogs.o
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@QueerWolf
Riflessione molto condivisibile.
Da parte mia posso dire che, come impostazione generale, se già è molto difficile rappresentare una persona con identità diversa da chi scrive, rappresentare un'intera categoria è praticamente impossibile.
Lasciare che parli chi vi appartiene è un'impostazione lodevole, ma condanna a scrivere storie evitando queste tematiche, e ciò è decisamente meno postivo.

@QueerWolf
L'unica soluzione che mi viene in mente è esplicitare anche nel racconto quale sia il punto di vista, e concentrarsi sulla rappresentazione di particolarità, singole persone, che sicuramente fanno parte del tutto, ma non lo racchiudono mai completamente.
In una parola: abbracciare il relativismo della rappresentazione, e rendere chiaro che l'universalità non è voluta, e forse neanche possibile.

i Giapponesi hanno passato decenni a raccontare nei manga e negli anime di società occidentali rinascimentali, e hanno colto due obiettivi: da un lato presentavano al pubblico Giapponese storie esotiche che per questo risultavano affascinanti, dall'altro si preparavano ad invadere anche i mercati in cui queste storie erano ambientate.

Altri possibili esempi sono i film ambientati nell'antichità, mica gli autori vivevano ai tempi dell'Impero Romano o erano pirati Vikingi.

Le motivazioni possono essere svariate.

@NicholasLaney @QueerWolf

@aaronwinstonsmith
Sì, ma la metafora non regge per due motivi di fondo:
1 rappresentando male il rinascimento occidentale difficilmente vi saranno effetti avversi sulla realtà odierna
2 specialmente nel caso giapponese non vi è alcuna pretesa di realismo, anzi, spesso sono racconti classificabili come fantastici o addirittura fantasy
@QueerWolf

verissimo, ho tentato solo una analisi delle motivazioni per cui spesso accade di raccontare cose molto lontane dall'esperienza di chi scrive.

E comunque in realtà il rinascimento lo raccontavano abbastanza bene (poi non saprei dire perchè non c'ero a quell'epoca)

@NicholasLaney @QueerWolf

@aaronwinstonsmith @NicholasLaney

Prima di tutto: grazie per i commenti <3

Ho un paio di dubbi legati alla soluzione del mettere in evidenza il punto di vista, e di dire quindi: ehi, Tizio non rappresenta tutte le persone nere, è solo Tizio.

Il primo è che nel quotidiano spesso le persone di una comunità marginalizzata vengono prese come rappresentanti di tutta la comunità, e non so quanto siamo capaci di toglierci questo bias davanti a una storia inventata.
Giusto in questi giorni sto leggendo "Ragazza, donna, altro" di Bernardine Evaristo e viene tematizzata questa cosa benissimo nel personaggio di Shirley (non aggiungo altro per evitare spoiler, ma questo romanzo merita tantissimo).

(continua 1 ->)

@aaronwinstonsmith @NicholasLaney
(-> continua 1)
Il secondo, antecedente, è nel modo in cui viene rappresentato.
L'esperienza è una cosa diversa dal dato. Faccio un esempio che mi è caro, ed è quello dello sguardo del maschio bianco cisetero (nota: non è un attacco, ma è indubbiamente un problema abbastanza trasversale). E' un punto doloroso per tutt*: donne, persone non bianche, persone di genere non conforme. Il modo in cui questo sguardo si posa su di te, come condiziona il quotidiano, come ti spinge a fare una strada o un'altra, a decidere se mettere o meno quel vestito o uscire o meno a quell'orario, è uno di quegli elementi che forse solo una persona che vive quell'esperienza può capire e trasmettere in un testo.
(continua 2 ->)

@aaronwinstonsmith @NicholasLaney

(-> continua 2)

Ed è qualcosa che trovo manchevole (sempre a titolo d'esempio) nelle storie che cercano di rappresentarmi, ma che sono scritte da persone cisetero, che invece si concentrano su aspetti più statistici, da saggio: ti descrivono come funziona il binder, l'effetto degli ormoni o un cruising bar. Anche con tutto l'impegno, così, escono personaggi manchevoli.

(continua -> 3)

@aaronwinstonsmith @NicholasLaney

(-> continua 3)

Però stanotte ho pensato anche ad un'altra soluzione: la collaborazione. Non è insolito che un personaggio X pubblico voglia raccontare un'esperienza, e che si appoggi ad un* narratric* per scriverla (mi viene in mente il lavoro di Trapanese e Mercadante "Nata per te", che conosco solo di fama). Collaborare con chi vive quell'esperienza, riconoscendone il valore [cosa che spesso non accade, altro tasto dolente] anche mettendo il nome in copertina e tutto ciò che economicamente ne consegue, potrebbe essere una soluzione rispettosa (e che va a smontare l'idea che la scrittura sia un processo del singolo, ma questo è un altro capitolo XD).

cmq dico a parte che non capisco bene se qui si parli di fiction (e la docufiction non è meno fiction) o di altri prodotti culturali, in ogni caso la cosa che abbiamo visto che funziona per smontare una narrazione errata, tossica e incompleta non è tentare di fermarla ma generare una contronarrazione.

In ogni caso l'idea di una collaborazione mi pare molto feconda.

@NicholasLaney @QueerWolf

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